Due parole per Marcus Lattimore

 

 

“He’s such a wonderful man. Good things will happen for Marcus Lattimore. I don’t know in what field of life, but he’s a wonderful guy. He’s going to do well in whatever he does.” Steve Spurrier, al termine di South Carolina- Tenneessee dello scorso sabato.

 

Marcus Lattimore è forse il talento più luminoso nella posizione di runningback dell’intero college football.

Portare la palla è il suo compito, che svolge in maniera eccellente fin dal primo momento in cui ha vestito la divisa dei Gamecocks di South Carolina.

Se siete tra coloro che amano i confronti, mi piacerebbe paragonarlo alla terza scelta assoluta dell’ultimo draft ed ex Alabama, Trent Richardson: molto più agile il primo, terribilmente più potente il secondo, ma entrambi con la stessa, identica capacità di guadagnare yards dopo il primo contatto, caratteristica suprema che separa un buon runningback da uno ottimo. La differenza consiste nel metodo: Richardson raggranella le extra yards con una rabbia che sa di riscatto sociale e fame di scalare le gerarchie, Lattimore naturalmente, quasi non potesse fare a meno di avanzare di quelle due/tre yards in più dopo il primo placcaggio.

Il nativo di Duncan è il simbolo del nuovo corso del team allenato da Steve Spurrier: Mr. Football dello stato del South Carolina, il suo reclutamento da parte dell’ateneo di Columbia ha significato il riscatto di USC dal ratto di talenti statali da parte delle rivali di conference.

Sabato scorso era sul terreno di casa, nel Williams – Brice Stadium di Columbia. Aveva già dimostrato di essere ritornato sui suoi mostruosi standard con una corsa in end zone nel primo periodo di gioco, quando, in uno scontro, la gamba fa crac.

Si capisce subito che l’infortunio è brutto, anzi terribile. Oh no, penso immediatamente. Non di nuovo a lui, aggiungo in un secondo tempo, pensando già all’operazione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro che aveva posto fine anzitempo alla sua ultima stagione.

Le immagini che indugiano sul povero Lattimore sono impietose: il ginocchio è fuori sede, impossibile guardarle per più di un paio di volte. Il risultato finale passa in secondo piano, da subito si capisce che potrebbe essere uno di quegli infortuni che potrebbero spezzare una carriera sul nascere.

Immediatamente i giocatori delle due squadre si radunano a pregare intorno al povero ragazzo, che viene accompagnato fuori dal campo, incoraggiato dallo stadio che ne urla a gran voce il suo nome. Non è una scena tanto peregrina, in una nazione e in uno sport in cui si riconosce volentieri il valore dell’avversario ferito.

Intervistato appena al termine dell’incontro, coach Steve Spurrier mi spaventa, perché le sue parole elogiano le qualità morali dello sfortunato ragazzo, parole che suonano come un anticipato elogio funebre alla carriera stroncata, salvo poi correggere il tiro nei giorni successivi, iniettando una dose di ottimismo all’ambiente riguardo al possibile ritorno futuro dell’eroe locale.

Provo a cercare sul web se qualcuno si è azzardato a buttare la colpa addosso a Eric Gordon, defensive back che è intervenuto sul numero 21 dei Gamecocks: invece, con mia sorpresa, nessun media ha introdotto l’atto di accusa, quasi a riconoscere l’intrinseca pericolosità che caratterizza uno sport basato sul contatto fisico e giocato con protezioni che diventano esse stesse involontarie armi non dichiarate; ben venga la stretta sui contatti puramente viziosi, ma bisogna accettare l’accidentalità degli eventi, anche quando vanno a colpire un probabile fenomeno anche al piano superiore.

Mi ha piuttosto colpito l’intervento di Dr. Saturday su Yahoo Sport, che ha voluto invece polemizzare sulla regola che non permette ad un atleta collegiale di dichiararsi per il draft NFL prima del terzo anno di eleggibilità, – a differenza della NBA, dove l’entrata al draft è possibile dopo l’high school, – creando di fatto una lega di espansione favorevole per le franchigie professionistiche, che potranno abbassare la percentuale di rischio in sede di draft, trovandosi davanti giovani per lo più formati dalle loro alma mater. Con ripercussioni vistose però sul portafoglio degli atleti stessi: Lattimore forse avrebbe fatto fiasco si fosse dichiarato per il draft da freshman, ma oggi sarebbe sicuramente un uomo più ricco, fatta comunque salva la possibilità di ignorare il prospetto da parte delle franchigie, qualora ritenuto troppo acerbo.

A sorpresa, proprio da molti pro sono arrivati gli auguri più calorosi per un ragazzo che vive la sua passione con serietà ineguagliabile, meritandosi un rispetto immenso da parte dei suoi avversari: il fresco vincitore dell’Heisman Trophy e quarterback dei Washington Redskins Robert Griffin III ha voluto augurare una pronta guarigione al runningback, così come Tim Tebow, LeBron James e diverse autorità politiche locali, tra cui il governatore dello Stato della Carolina del Sud, noto tifoso di Clemson.

Un in bocca al lupo particolarmente significativo è giunto dal runningback dei Broncos, Willis McGahee, che con i suoi 31 anni e le sue 10 stagioni di NFL testimonia che si può ambire anche ai grandi palcoscenici, nonostante il tremendo infortunio che lui stesso aveva subito quando ancora frequentava l’università di Miami.

A Lattimore, d’altronde, gli si chiede solo di tornare a fare ciò che sa fare meglio: guadagnare quelle maledette extra yards, dopo uno dei placcaggi più duri che la vita possa confezionare.

Auguri campione.

 

Nicolò Bo (Shorty)

 

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